«Pronto, parlo col dottor Fini?». Dall'altra parte del telefono, una voce profonda: «Sì, sono io». Inizia così una chiacchierata a base di calcio, molto più di una semplice intervista, tra il sottoscritto, blogger con una smodata passione per il giornalismo, e Massimo Fini, giornalista e scrittore senza collare, ribelle e mai banale. Un battitore libero, per intenderci. Quando lo si legge o lo si ascolta, si può essere più o meno d’accordo. Ma nessuno può mettere in discussione quella sua onestà intellettuale che, oltre a contraddistinguerlo, lo ha portato a subire, negli anni, una sorta di emarginazione silenziosa. Semplice: Fini dice quello che pensa, senza peli sulla lingua, facendosi beffe del politically correct. E in questo mondo, non solo giornalistico, fatto in larga parte di lacchè e voltagabbana, ciò non è assolutamente ammissibile. Ecco un motivo per cui, in my humble opinion, Fini è il più grande giornalista italiano vivente.

Trenta minuti, tutti trascorsi d'un fiato, senza supplemento di tempo. Tanto basta per opinare sulla Caporetto italiana in Brasile, per indagare le cause di questa sconfitta annunciata e per toccare da vicino i nomi dei suoi artefici. Dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi - ahinoi -, passando per la legge Bosman, Pelé e Calciopoli, senza dimenticare Ruud van Nistelrooij, fino a dettare una possibile ricetta salvifica per quel paziente, il calcio italiano, ormai ridotto a brandelli. Proprio come Prandelli e Balotelli. Con il secondo che in poco tempo è diventato, da fuoriclasse indiscusso e salvatore della patria, l'unico colpevole della disfatta di un intero movimento. Come se Balotelli, che di certo non sta a noi difendere, fosse l'artefice dello stato comatoso in cui versa il nostro sistema rotondolatrico. Su questo piano, intersecato a tanti altri secondari, è nato un confronto sincero e appassionante con Massimo Fini. Alla ricerca, va da sé, del calcio d’antan. Partendo da un’unica certezza: questo sport, un tempo interclassista, è oggi appannaggio delle élites. E la domanda, adesso, è un’altra: non è che lo sterco del demonio ha vinto la partita decisiva?


Per i calciofili con la memoria lunga, la débâcle italiana in Brasile è seconda soltanto alla Waterloo del 1966 contro la Corea del Nord. È d’accordo, Fini?

No, non c’è un parallelo. In Inghilterra, contro la Corea del Nord, l’Italia giocò quasi tutta la partita in inferiorità numerica. Si fece male Bulgarelli, che ne era il capitano, e non esistevano ancora le sostituzioni. Quell’Italia, guidata da Topolino Fabbri, era un’ottima squadra, pur avendo avuto tanta sfortuna. Ad esempio, Bruno Mora, ala fondamentale nello scacchiere azzurro, s’infortunò poco prima dei Mondiali. L’Italia di Prandelli, invece, esprime il calcio italiano di oggi.

Ormai il calcio italiano cola a picco. Chi sono, secondo lei, i veri affossatori?

Io non sono sufficientemente addentrato nelle vicende riguardanti il Coni, la Figc, eccetera. Ma ritengo che sia il calcio nel suo complesso ad affondare. Perché si è trasformato in un fenomeno puramente economico, legato al business e alle esigenze televisive. E così andrà, via via, a morire. Oggi i giovani prediligono la pallavolo, il rugby, o il nuoto, ovvero tutti quegli sport non ancora completamente intaccati dall’interesse economico. Quanto al calcio italiano, la sua crisi è dovuta anzitutto ai dirigenti: sono sempre gli stessi, da decenni. Guardiamo alla Svizzera. Ha puntato da tempo sul settore giovanile, vincendo la Coppa del Mondo per gli under 17 (nel 2009, NdR) e arrivando seconda con gli under 21 (nel 2011, NdR). Iniziamo col cacciare a pedate i padroni del vapore. Naturalmente, siccome in questo Paese non se ne va nessuno, neppure in settori diversi dal calcio, e considerato che il calcio è strettamente connesso al mondo politico, voglio proprio vedere se qualcuno avrà il coraggio di fare tabula rasa. È più probabile che avvenga un finto repulisti, tipo quello per cui Matteo Renzi sostituisce Silvio Berlusconi.

In un articolo sul Giorno - era il 1982 - scrisse che «il calcio morirà per overdose, gonfiato per esigenze televisive». Fu davvero profetico.

Devo dire che non avrei mai immaginato di assistere alla fine di questo gioco, peraltro meraviglioso sia per chi lo guarda sia per chi lo pratica. Con l’introduzione del terzo straniero e con lo stupro ad opera della tivù, il calcio si è gonfiato come una rana. Ed è pazzesco che riesca ad essere in rosso. Perché se per raccogliere quarantamila spettatori al cinema, hai bisogno di non si sa quanti fattori; al contrario, nel calcio, potresti riempire uno stadio ogni domenica, anche in assenza di partite di cartello. Sebbene prevalga l’aspetto economico, quando invece i valori del calcio hanno tutt’altro senso (simbolico, rituale, mitico, identitario), si è riusciti a fallire anche sul piano economico. Ma questo discorso si lega ad uno più generale: l’intero modello di sviluppo occidentale ha puntato sull’economia, tralasciando tutto il resto, e pertanto sta fallendo.

Se per alcuni la descensus ad inferos del calcio italiano ebbe inizio con il varo della legge Bosman; altri, invece, fanno un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. In che modo il Caimano ha impresso l'accelerata definitiva all'involuzione del nostro calcio?

Berlusconi è stata la punta di lancia della distruzione. Certamente non il solo responsabile. Ha portato sul campo da calcio gli interessi della sua società, la Fininvest, e poi i suoi interessi politici. Tant’è che ha più volte dichiarato che «il Milan vince adottando la filosofia dell'azienda di famiglia». Sull’elenco telefonico, accanto alla voce Milan, trovavi il contatto della Fininvest. Gli Agnelli avranno avuto tante responsabilità, ma hanno sempre tenuto separata la Fiat dalla Juventus. L’Avvocato non avrebbe mai detto che la squadra torinese vinceva perché sposava la stessa strategia aziendale della casa automobilistica.

Time out, gol-technology, moviola in campo. Senza tanti giri di parole, hanno definitivamente disumanizzato, e americanizzato, questo sport?

Beh, direi proprio di sì. Lo stesso Berlusconi ci ha provato in tutti i modi ad americanizzarlo. Ricordo quando propose il time out, pensando a quattro tempi, anziché due, cioè il primo e il secondo tempo. Oppure basta andare a rivedersi la presentazione del Milan all’Arena di Milano, con tanto di contorno di majorettes, attricette, comici e saltimbanchi. Una specie di Super Bowl. In realtà, il calcio e i giochi americani, come il baseball, appartengono a due culture diverse. Purtroppo, nell’omologazione generale e a causa dell’introduzione della tecnologia, quello che una volta era un rito sacro finisce per essere distrutto, imbarbarito, degradato. La tecnologia ha ormai disumanizzato la società, e sta facendo altrettanto col calcio. Pensiamoci: c’è un arbitro, che può sbagliare, così come sbaglia un calciatore o chiunque di noi. Punto, fine. Il calcio è bello proprio per questo. È qualcosa di misterioso. Una squadra che nel primo tempo sembra superiore all’altra può tranquillamente perdere alla fine del secondo. Anche grazie a un offside millimetrico. Perciò, portare la tecnologia nel calcio, vuol dire spezzare la magia che lo avvolge.

E di Blatter, il deus ex machina del calcio mondiale, sulle cui qualità umane è meglio glissare, cosa pensa?

Non sono d’accordo con le critiche esagerate ai parrucconi della Fifa. Da un certo punto di vista, loro hanno resistito per molti anni al tentativo di trasformare questo gioco in ciò che poi è diventato. Hanno cercato, perlomeno, di difendere le regole del calcio per come erano state impostate agli albori.

Mettiamo il caso che Massimo Fini venisse nominato a capo della Figc, e per giunta a furor di popolo. Quale sarebbe la sua ricetta salvifica per risollevare le sorti dell’intero movimento calcistico?

Guarda, te lo dico con le parole di un gruppo di ultras. Qualche anno fa, a Milano, e precisamente sotto la sede della Figc, ci fu una manifestazione molto civile di alcuni ultras in rappresentanza di 78 società, di A, di B, di C e delle serie minori, al grido di “Ridateci il calcio di una volta!”. Che vuol dire?, mi si obietterà. Quindi: numeri dall’uno all’undici, niente sponsor, pochi stranieri, riscoperta dei vivai. Insomma, il calcio d’antan, quello degli anni Settanta. Che, nonostante tutto, continua a vivere in alcune parti del mondo, almeno nei suoi riti, nelle sue tradizioni. Se da noi il calcio è diventato qualcosa di truce, in Olanda – per fare un esempio -, dove militano squadre piuttosto importanti come l’Ajax, l’atmosfera complessiva è diversa, tipica di una grande kermesse, di una festa popolare. È una questione culturale. Cambia poco o nulla se ti sposti in Spagna. Recentemente sono stato a vedere una partita del Barça («Mi piace Iniesta», svela Fini). Bene, anche qui l’ambiente era meno rozzo, trucido, rispetto a noi, bensì più ironico. Per dirtene una: a Madrid, sponda Real, la contestazione all’allenatore viene fatta sventolando dei fazzoletti bianchi. Ciò corrisponde al clima che si respira in Spagna. Lì le condizioni economiche possono pure essere simili alle nostre, ma vengono vissute con minor tristezza, con una sorta di hispanidad. In definitiva, il calcio è una metafora della società. Sfortunatamente il nostro calcio è la metafora di una società che sta andando a pezzi. In tutti i sensi.

Già, convengo con lei. D’altronde i segni del declino socio-culturale del Belpaese sono tangibili. E lo si nota ancor meglio se si osserva attentamente la nostra generazione.

Ebbene, finché non troverete il modo di ribellarvi a questo stato di cose, di diffondere una cultura diversa, non avrete futuro. E non cambierà niente. Comunque, credo, il sistema è destinato a collassare su sé stesso. Ora bisogna vedere quando. Se crolla tra cinque o dieci anni, ti può interessare. Diversamente, se collassa fra cinquant’anni, non ti tocca più da vicino. Del resto, nella vita degli uomini, i tempi sono decisivi.

Torniamo al football. Capitolo sui generis: Mario Balotelli. Come giudica l'atteggiamento di chi - giornalisti e, soprattutto, compagni di squadra - lo ha idolatrato e venerato, paragonandolo a Van Basten in persona, per poi disconoscerlo un minuto dopo il triplice fischio che ha sancito la disfatta?

Lo sai bene che l’Italia è il Paese dei voltafaccia. Gli italiani sono stati tutti fascisti, o quasi, fino al 25 aprile, salvo poi riscoprirsi antifascisti. Ecco perché non mi sorprende affatto questo atteggiamento nei confronti di Balotelli. Che è stato sopravvalutato, forse per una forma di razzismo all’incontrario. Volendo scendere in considerazioni più tecniche, può farti un goal da 60 metri, ma non è assolutamente un giocatore di calcio. Il calcio è un gioco di squadra, e lui questo non lo recepisce. Tra parentesi: se ti capita di andare a vedere una partita tra squadre giovanili, ne trovi tanti di Balotelli e di ragazzi col fisico scolpito, capaci di fare un mucchio di cose, ma che non diventeranno mai nessuno perché non hanno imparato a giocare. Bisognerebbe che qualcuno lo insegnasse a Balotelli. Capello, forse, può farcela.

Ricollegandoci agli ultras, a cui ha fatto riferimento poc’anzi, dobbiamo ammettere che non ha mai nascosto una certa ammirazione per questo mondo a sé stante. Perché?

Chissà, forse perché è, quantomeno, un mondo che mostra vitalità. L’abbiamo visto nell’ultima storia di Genny ‘a Carogna. In fondo, anche se magari in modo distorto, è un mondo che crede ancora nei valori primigeni del calcio, che sono – appunto - comunitari e simbolici. A differenza della gentina che staziona in tribuna d’onore che, in confronto, somiglia a dei cadaveri viventi, antropologicamente parlando.

Adesso può confessarlo: per quale squadra tifa?

Credo lo si sappia. Io tifo per il Toro. È una squadra in cui mi riconosco molto, una squadra tragica, una outsider. Anche se, ripeto, proprio per la degenerazione del fenomeno calcio, questa passione, che tuttavia non è tramontata, si è affievolita parecchio.

Lei è torinista. Il sottoscritto, juventino fino al 2006. Dopo lo scoppio di Calciopoli, ho smesso. In primo luogo, perché quello consumatosi nell’estate del 2006 è stato, indubbiamente, un finto repulisti. Nella terra che ha dato i natali a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il cambiamento è a tinte gattopardesche: i padroni del vapore non abdicano mai. In secondo luogo, perché ritengo (e, fortunatamente, con Gigi Moncalvo e Oliviero Beha, sono in ottima compagnia) che Calciopoli sia stato l’atto conclusivo di una lotta di potere in casa Agnelli, cominciata con la morte di Gianni e Umberto Agnelli, che ha portato a sacrificare la passione di una famiglia, e di milioni di tifosi, sull’altare del dio denaro. Mentre lei, dottor Fini, che sensazioni ha raccolto in merito?

Intanto, ti dirò, Marco Travaglio non riusciva a tenere per la Juve perché c’era Moggi. Sai, in questi casi, ognuno segue i propri istinti. Ma, secondo me, non si deve mai abbandonare la squadra del cuore. Detto ciò, io sono abbastanza refrattario, in termini più generali, alle dietrologie. E comunque non posso dire niente su questo caso, perché non conosco a fondo queste beghe interne tra i due rami della famiglia Agnelli.

Sul Moggi-uomo, che conosce bene, cosa mi può dire?

Mi ha querelato, ha vinto in primo grado, poi ha perso in secondo. Il caso ha voluto che il pm fosse un ex calciatore della Roma.

Sono contento per lei, nonostante la stima per il Moggi-manager resti intatta.

No, attenzione, anche io credo che sia stato un buon manager. E in più, d’accordo con te, una sorta di capro espiatorio.

Qual è (o è stato) il calciatore più forte di tutti i tempi?

Innanzitutto ti dico chi è stato il più grande centravanti dell’era moderna. Si chiama Ruud van Nistelrooij. Due numeri: trecentocinquanta (350) goal in circa 500 partite. In termini assoluti, dico Pelé.

Così mi spiazza…

Però Messi, sì, Messi è ancora giovane, quindi può diventarlo. Di certo non C. Ronaldo. È anche vero che Messi, a differenza di – poniamo – Pelé, è un giocatore che molto spesso si assenta dal gioco, purché venga curato. Pelé non lo curavi. C’è quella bella immagine (Brasile-Italia 4-1, a Mexico ’70, NdR) in cui Pelé si eleva di venti centimetri su un giocatore come Burgnich, che non era l’ultimo arrivato, e altri due o tre italiani. Pelé aveva tutto, compreso il colpo di testa. Insomma, anche se non è stato uno dei miei miti, lo considero il più forte di sempre. Ma questi paralleli restano difficili. Infatti non saprei se tanti giocatori che sono stati dei grandissimi potrebbero giocare nel calcio attuale. Tipo Rivera, no? Perché, va detto, oggi si gioca a una velocità inaudita. Quando giocavo anch’io, seppur ai miei modesti livelli, e la palla era dell’altra squadra, a centrocampo, occorreva mezzora prima che gli avversari giungessero in area di rigore. Adesso è il contrario, ci mettono meno di due secondi. In questo senso, il calcio è cambiato, è diventato molto più atletico che in passato. Non a caso Rivera, soprannominato l’Abatino da Oreste del Buono, era fortissimo in quel calcio, mentre in questo faticherebbe, e non poco.